Abbiamo sempre vissuto nel limbo di non avere un futuro e di non sapere dove saremmo stati nei prossimi mesi, cosa sarebbe stato nella nostra vita oltre l’immediatamente prevedibile. La precarizzazione della nostra generazione è stata strutturale, da sempre fatta di formazione orientata al cannibalismo della competitività, di lavori precari e stagionali sottopagati, di tirocini infiniti, di titoli di studio sempre insufficienti. Quella che nei salottini televisivi hanno chiamato “generazione erasmus” è in realtà la “working poor generation“, fatta di persone che nonostante un impiego a tempo pieno non riescono a superare la soglia di povertà relativa. Una generazione di vite rinviate a data da destinarsi.
L’emergenza che stiamo vivendo ha generalizzato la nostra condizione, ma l’ha anche sospesa ulteriormente. I pochi appigli che avevamo sono persi, siamo incerti sul nostro futuro economico (che non significa calo della borsa, ma sussistenza) così come abbiamo perso i nostri riferimenti esistenziali, le coordinate della nostra quotidianità. Attendiamo la fine della quarantena per poter pensare a come costruire un futuro, col fiato spezzato come prima.
Ma, c’è un ma.
La fine non è un assoluto, non è un punto nella linea temporale, ma piuttosto il risultato di un processo in cui inizio e conclusione sono sfumati e non individuabili in modo netto. È probabile immaginare che la crisi che stiamo attraversando seguirà un percorso di questo tipo e che non vedremo mai mettere un punto alla quarantena. Piuttosto, come suggerisce pure la proposta del governo che prevede 3 fasi, a loro volta divise in step (“prima la produzione, poi i cittadini”, titolava un quotidiano), torneremo lentamente ad una situazione, più o meno simile a quella pregressa, che sarà necessariamente condizionata da quanto la segregazione avrà modificato le nostre abitudini. A partire qui, possiamo immaginare uno scenario per un ipotetico futuro: c’è stato un prima e ci sarà certamente un dopo, ma potremmo non accorgerci di quando arriverà, rendendoci conto, un giorno, di vivere una vita diversa da quella che conoscevamo. Gli scenari possibili ed ipotizzati sono disparati: ad esempio la “semplice” recessione economica, che implicherebbe tagli ai servizi pubblici, crollo dei redditi e delle garanzie sul lavoro e ci porterebbe in una situazione simile a quella della Grecia di qualche anno fa, dove i tagli alla sanità hanno portato, ed è un dato emblematico, ad un aumento della mortalità infantile. Un’altra ipotesi è quella, nell’attesa di un vaccino, di un alternarsi di momenti di pseudo-normalità a momenti di lockdown totale, per permettere alle strutture sanitarie di non collassare (l’unica certezza è probabilmente un inasprimento senza precedenti delle misure di controllo e del potere discrezionale delle forze dell’ordine).
Il variare degli scenari dipende da tanti fattori che non possiamo controllare: la resistenza del virus nei mesi estivi, la gestione del lockdown su scala globale, la velocità con cui si riuscirà ad accedere ad un vaccino o ad una cura efficace, la possibilità di essere ri-contagiati una volta guariti. Quello che possiamo fare, però, è renderci conto di quando arriverà il dopo e mettere in campo gli strumenti che abbiamo, secondo i livelli di rischio che siamo in grado di accettare, individualmente e collettivamente.
La sospensione del presente non è solo condizione dettata dall’emergenza, ma anche il rafforzarsi di un elemento strutturale preesistente. Gli scenari possibili, l’abbiamo detto, sono molti: nessuno sembra poterci restituire una prospettiva duratura che sottragga le nostre esistenze al ricatto della sopravvivenza giorno dopo giorno.